L DIBATTITO/ GLI SCRITTORI E LA SCUOLA
La lettura si impara al doposcuola
Gli studenti sono soli a casa, iperconnessi e distratti. Trasformare le scuole
in campus per avere più tempo con gli insegnanti (anche senza voti)
La lettura ci sta a cuore. A noi scrittori
più che mai, ha ragione Paolo Giordano: se la gente smette di leggere,
noi smettiamo di esistere. Ma ci sta a cuore anche come insegnanti, e
prima di tutto come semplici esseri umani: ci disturba parecchio il
pensiero che dopo millenni l’universo di parole contenuto nei libri
possa svanire nel nulla, non ci vogliamo neanche pensare. La mia
generazione poi, in particolare, tiene alla lettura. Noi nati negli anni
Cinquanta avevamo solo i libri, erano la nostra compagnia, il nostro
spasso, e anche il nostro unico strumento di elevazione, culturale e
sociale. Per questo chi ha la mia età ci mette sempre un di più, a
difendere i libri: perché li abbiamo amati troppo.
Ma non stiamo riuscendo a trasmettere
questa nostra passione, diciamoci la verità. D’accordo, il mondo intorno
rema contro: internet, i media, i nativi digitali… Sarà. Ma stiamo
veramente facendo tutto il possibile, e nel modo giusto? Non so.
Apparentemente non facciamo altro che promuovere la lettura: quanti
dibattiti, concorsi, conferenze, manifesti, documenti, libri! Parole.
Ovvie, astratte e politicamente corrette parole. Ma anche un po’
ipocrite: se volessimo veramente che i giovani leggessero, faremmo
un’altra scuola, non questa, che li fa tranquillamente uscire a 15 anni
incapaci di parlare, scrivere, leggere ad alta voce e capire il senso.
Faremmo una scuola che fin dalle elementari li allena alla difficoltà e
li dota di strumenti affinatissimi per entrare veramente nelle parole di
un libro, capirle nel profondo e farle proprie. Invece facciamo una
scuola assistenziale. Abbiamo altre priorità: gli stranieri immigrati,
la dispersione scolastica, l’handicap, i problemi di apprendimento e i
bisogni educativi speciali (non a caso di questo hanno parlato i
colleghi scrittori che mi hanno preceduta…).
E allora?
E allora ci proviamo lo stesso, ma è più
difficile. Io insegno al biennio di un liceo scientifico. Facciamo
analisi logica, parafrasi, analisi del testo. Facciamo lezione di epica
antica, narrativa europea, teatro. Diamo libri da leggere a casa,
alterniamo i classici ai romanzi più recenti. Ma non basta, molti fanno
finta di leggere e scaricano il riassunto da Wikipedia, o leggono per
forza senza leggere per davvero. Lo sappiamo. Il piacere della lettura
non si insegna, non si impone.
E allora?
Io un’idea ce l’avrei: dateci più tempo.
Fateci vivere a scuola con i ragazzi anche al pomeriggio. Il pomeriggio è
il buco nero che li ingoia. Tornano da scuola in case vuote e si
buttano a chattare, navigare. Messaggiano, bloggano, postano, twittano,
si disperdono in vario modo nell’etere. O fanno i compiti senza voglia
con la mamma addosso, o vengono mandati a ripetizione selvaggia. Date a
noi il pomeriggio dei nostri allievi. Che la scuola diventi una specie
di campus, otto ore al giorno dalle nove alle cinque, poi tutti a casa.
Solo tre ore di lezione teorica secca, dura, difficile, alta. E il resto
esercitazioni, laboratori, sport, passeggiate, musica… e lettura. Ma
lettura insieme. È incredibile come cambia: basta arrivare in classe con
un libro, fare buio, silenzio e mettersi lì a leggerlo ad alta voce,
con calma, senza chiedere niente in cambio, senza voto, interrogazioni,
schede. Solo il loro ascolto. Leggiamo un libro in classe, noi
insegnanti, e restano tutti appesi, conquistati, e quando proviamo a
dire: be’ adesso è tardi, smettiamo, ci implorano di no. Anche grandi
libri, non crediate. La difficoltà si dilegua. Basta non lasciarli soli.
Da soli non ce la fanno. Hanno un mondo intorno che li devia, li porta
via. Devono rispondere a troppi stimoli, troppe chiamate, troppi bip. Se
invece restiamo a scuola e leggiamo insieme, ricostituiamo
l’attenzione, recuperiamo la concentrazione perduta. Facciamo vedere come
si legge, e dove si arriva leggendo. Ma ci vuole tempo. E dobbiamo
imparare a leggere bene, noi insegnanti, e dobbiamo insegnarlo, questo:
che la lettura è anche questione di voce, intonazione, pause. È la voce
il primo senso che diamo a un libro, è con il corpo che leggiamo per
prima cosa. Facciamo che i nostri ragazzi ci vedano leggere. Facciamo teatro, recitazione, arte oratoria.
Ma ci vuole tempo, perché dobbiamo anche
far lezione. Le lezioni canoniche, più che mai: sono il centro stesso
del nostro lavoro! Grammatica, sintassi, verbi, apostrofi. Riassunti,
parafrasi, esercizi. Le figure retoriche, la metrica. Son cose tecniche,
sì, ma necessarie. Imprescindibili. Per saper leggere bisogna sapere,
non solo provare emozioni…! Conoscere le regole, cogliere le sfumature
della forma per raggiungere tutti i livelli del senso. Soprattutto per
leggere i grandi autori del passato: Dante, Shakespeare, Manzoni.
Bisogna stare sulle loro parole, a lungo, con attenzione. Non possiamo
certo fermarci a leggere solo i romanzi appena usciti, quale infinita
profondità (la profondità del tempo) ci perderemmo! Io, fosse per me,
tanto per essere più chiari, farei fare latino obbligatorio per tutti.
Servirebbe a strutturare la mente. Strutturare… costruire. Darebbe a
tutti gli strumenti giusti per capire le parole, le sfumature del senso,
il mirabile intreccio delle frasi. Sarebbe la scuola più democratica,
quella col latino obbligatorio per tutti, per 5 anni, dalla prima media
alla seconda superiore. Poi liberi tutti: chi vuole studia Filosofia e
chi vuole studia Falegnameria. Ma tutti escono di lì ugualmente capaci
di capire un testo, di godere della bellezza di un libro, di una poesia.
Non sarebbe bello? Vorrei farla, questa proposta del latino, ma non so
se siamo pronti. Verrei presa come al solito per passatista reazionaria.
Mi sono un po’ stufata, vi dirò. E invece sarebbe la proposta più
innovativa, più rivoluzionaria. Pensiamoci… Ma per il momento dateci il
pomeriggio dei ragazzi, non lasciatelo alle loro rumorose e iperconnesse
solitudini. Per il momento ci potremmo accontentare di questo.
Magari eliminiamo i voti, le bocciature, i
debiti e i recuperi. Ognuno arrivi dove può e noi certifichiamo il
livello a cui è arrivato. Nessuno è fuori, nessuno ripete inutilmente
l’anno. Lo so che anche questa sarebbe una gran rivoluzione. Ma
bisognerà pure incominciare prima o poi! Inventiamoci una scuola dove si
viva insieme. Tutto il giorno. Ognuno lavora alle sue cose, gli
studenti insieme agli insegnanti, e chi ha bisogno chiede all’altro
perché se lo trova lì, vicino.
Prendiamo i temi, per esempio. Adesso è
così: tema in classe tre ore, noi li correggiamo a casa e li
distribuiamo corretti in classe, trascriviamo il voto sul registro,
mezzoretta e finisce lì. Ma come? Un tema bisogna correggerlo insieme a
tu per tu, parola per parola. Bisogna far vedere cosa non funziona e
perché, e come va rifatto. Bisogna riscriverlo insieme un tema, è
l’unico modo di insegnare a scrivere. Ma ci vuole almeno un’ora per
correggere un tema con l’allievo. Un’ora per ogni tema, un’ora da soli
con ogni allievo. Ci manca il tempo. Ci manca questo rapporto personale,
privato. Dateci il pomeriggio dei nostri ragazzi, ci compete. Ma
cambiateci le scuole, per favore! Abbattete questi orrendi edifici e
ricostruiteli. Fate spazi, piantate alberi, mettete prati, viali,
piscine, laghetti con anatre. Stanzette accoglienti, isolate,
insonorizzate. Scrivanie, librerie. Computer. Microfoni, schermi
giganti. Biblioteche, videoteche… Cambiamo le scuole, per cambiare
scuola. Per ritrovare il tempo.